Nel 2026 non basta dimostrare di avere speso le risorse: occorre misurare ciò che è cambiato davvero per cittadini, imprese e territori.
Per la Campania il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato, fin dall’inizio, qualcosa di più di un programma straordinario di investimenti. È stato presentato come l’occasione per colmare ritardi antichi: infrastrutture insufficienti, servizi pubblici diseguali, fragilità del sistema sanitario, divari educativi, scarsa occupazione femminile e giovanile. Ora che il cronoprogramma europeo entra nella fase conclusiva, la domanda decisiva non è più quante risorse siano state assegnate, ma quali risultati siano diventati visibili e durevoli.
I dati territoriali resi disponibili da OpenPNRR, la piattaforma di monitoraggio civico della Fondazione Openpolis, descrivono una mobilitazione imponente: in Campania risultano oltre 26 mila progetti, distribuiti tra infrastrutture, impresa e lavoro, scuola e ricerca, transizione ecologica, salute, inclusione, digitalizzazione e cultura. È però la stessa logica del monitoraggio indipendente a imporre cautela: il numero degli interventi e le risorse associate non dicono, da soli, quanto sia stato effettivamente speso né se un’opera sia conclusa, accessibile e capace di produrre benefici.
Alcuni effetti, tuttavia, sono già riconoscibili. La Banca d’Italia rileva che nel 2025 l’economia regionale è cresciuta dello 0,9 per cento, più della media nazionale e meridionale, e che le opere del PNRR, insieme agli investimenti degli enti locali, hanno continuato a sostenere le costruzioni. Non è una prova definitiva di trasformazione strutturale, ma indica che la spesa pubblica ha alimentato attività, occupazione e domanda in una fase economica complessa.
Il terreno sul quale i progressi appaiono più concreti è la sanità. Il monitoraggio regionale segnala il completamento degli obiettivi previsti nel periodo per la Missione Salute, con nuove apparecchiature ad alta tecnologia e l’attivazione di Case e Ospedali di comunità. È un passaggio importante: in una regione segnata da forti differenze territoriali, portare diagnosi e assistenza più vicino alle persone può ridurre accessi impropri agli ospedali e disuguaglianze nell’esercizio del diritto alla cura. Ma l’edificio, da solo, non cura nessuno: servono personale, procedure, integrazione con i medici di base e continuità finanziaria dopo il PNRR.
Lo stesso criterio vale per scuole, mobilità, digitalizzazione e rigenerazione urbana. Openpolis censisce, per esempio, 23 progetti PNRR finanziati in Campania per il turismo nei borghi: un segnale importante per i territori meno centrali, che diventa però sviluppo soltanto se genera servizi, presenze distribuite nell’anno e lavoro locale. Più in generale, un asilo nido è un risultato se apre e accoglie bambini; una piattaforma digitale se semplifica il rapporto con l’amministrazione; una linea ferroviaria se riduce tempi, costi e isolamento. La qualità del Piano si misura nell’uso quotidiano delle opere, non nel taglio del nastro.
Qui emerge il principale rischio della fase finale. Le analisi di Openpolis sulla spesa effettiva, anche alla luce dei rilievi della Corte dei conti, richiamano difficoltà e ritardi che la sola attribuzione delle risorse non permette di cogliere. La corsa alle scadenze può privilegiare la rendicontazione formale rispetto all’impatto sostanziale; rimodulazioni, rincari, complessità delle gare e carenza di competenze tecniche nei piccoli comuni rendono inoltre l’attuazione diseguale. I territori con uffici più solidi procedono più rapidamente, mentre quelli più fragili rischiano di accumulare ritardi. Il PNRR potrebbe così attenuare alcuni divari e, nello stesso tempo, approfondirne altri.
Per evitare questo esito occorre un cambio di prospettiva. Regione, comuni e soggetti attuatori dovrebbero pubblicare indicatori semplici e confrontabili: stato fisico dei lavori, pagamenti, data prevista di apertura, utenti serviti, posti di lavoro generati, costi futuri di gestione. Alle amministrazioni più deboli va garantita assistenza tecnica stabile, non soltanto consulenza temporanea. E per ogni nuova struttura deve essere indicato chi la gestirà e con quali risorse quando i finanziamenti europei saranno terminati.
Il PNRR ha già messo in moto la Campania e ha prodotto risultati che sarebbe ingiusto negare. Ma la distanza tra investimento e sviluppo resta ancora da colmare. Il successo non sarà certificato dall’ultimo pagamento europeo, bensì dalla capacità di mantenere operativi i servizi, completare le opere senza lasciare cattedrali incompiute e trasformare la spinta pubblica in produttività, competenze e buona occupazione. La vera scadenza, dunque, non è soltanto europea: è il momento in cui i cittadini chiederanno conto di ciò che, dopo una stagione irripetibile di risorse, sarà effettivamente rimasto.
Nicola Di Iorio
Fonte principale dei dati territoriali e del monitoraggio: OpenPNRR, piattaforma della Fondazione Openpolis. Per il contesto economico regionale: Banca d’Italia, “L’economia della Campania”, giugno 2026. I dati sui progetti indicano interventi censiti e risorse associate; non equivalgono automaticamente a opere concluse o spesa effettivamente realizzata.











