ZES, la promessa da ritrovare: sviluppo e futuro per le aree interne

Le Zone economiche speciali sono state introdotte in Italia nel 2017 come strumento di crescita per il Mezzogiorno: procedure più rapide, incentivi e una regia dedicata per attirare investimenti nei territori più fragili. La loro architettura iniziale ruotava attorno ai porti e alle reti logistiche, ma la finalità di fondo era più ampia: ridurre i divari territoriali, creare lavoro e rimettere in moto economie locali rimaste ai margini. In questa prospettiva, le ZES portavano con sé anche una promessa per le aree interne: trasformare la distanza dai grandi centri da condizione di svantaggio in occasione di sviluppo.

Una misura nata per colmare i divari

Il decreto- legge n. 91 del 2017 collocò le ZES tra le misure urgenti per la crescita economica del Sud. I perimetri dovevano comprendere almeno un’area portuale e potevano collegare zone produttive non contigue. Non si trattava, dunque, di una politica concepita esclusivamente per i piccoli comuni dell’entroterra. Eppure la sua ragione economica e politica era chiaramente riconducibile alla coesione: portare investimenti, infrastrutture e occupazione nelle regioni meno sviluppate e in transizione, facendo delle porte marittime un motore capace di trasmettere crescita anche verso l’interno.

La sfida decisiva è collegare le coste all’entroterra

È qui che la promessa originaria va riletta e rilanciata. Le aree interne soffrono spopolamento, invecchiamento, rarefazione dei servizi, carenze infrastrutturali e difficoltà di accesso ai mercati. Se gli incentivi si concentrano soltanto nei poli già attrezzati, il rischio è ampliare la distanza tra coste dinamiche ed entroterra fragile. Una ZES coerente con la propria missione di riequilibrio deve invece costruire filiere territoriali: collegare porti e interporti alle imprese manifatturiere dell’interno, sostenere l’agroalimentare di qualità, l’artigianato, il turismo sostenibile, l’economia forestale, l’energia e i servizi digitali.

Rivitalizzare questi territori non significa distribuire agevolazioni senza una strategia. Significa rendere credibile la scelta di investire e vivere lontano dalle grandi città. Servono collegamenti viari e ferroviari affidabili, banda ultralarga, aree produttive attrezzate, scuole e sanità di prossimità, formazione tecnica e amministrazioni capaci di accompagnare i progetti. Il vantaggio fiscale può accendere la scintilla; senza servizi, competenze e infrastrutture, però, difficilmente genera sviluppo duraturo.

Dalla frammentazione alla ZES Unica

Dal 1° gennaio 2024 le otto precedenti ZES ( ZES Abruzzo, ZES Calabria, ZES Campania, ZES Ionica interregionale Puglia–Basilicata, ZES Adriatica interregionale Puglia–Molise, ZES Sicilia Orientale, ZES Sicilia Occidentale, ZES Sardegna) che non coincidevano con l’intero territorio delle rispettive regioni ma comprendevano aree delimitate, anche non contigue, imperniate su almeno un porto della rete transeuropea dei trasporti e collegate a zone retroportuali, industriali e logistiche, sono confluite nella ZES Unica, estesa all’intero territorio delle regioni meridionali originariamente interessate. Il superamento dei vecchi perimetri offre una possibilità importante: non considerare più l’entroterra come una periferia esterna alle politiche di attrazione, ma come parte integrante di un unico spazio economico. Secondo il Dipartimento per le politiche di coesione, la nuova impostazione mira a riconoscere pari opportunità di sviluppo ai territori e alle imprese del Mezzogiorno.

Questa estensione, tuttavia, non garantisce automaticamente un riequilibrio. Gli investimenti tendono a dirigersi dove esistono già infrastrutture, servizi e mercati. Per evitare che le aree interne restino beneficiarie soltanto sulla carta, il Piano strategico deve prevedere priorità territoriali misurabili: tempi di accesso ai nodi logistici, recupero dei siti produttivi dismessi, sostegno alle filiere locali, occupazione stabile, contrasto allo spopolamento e capacità dei piccoli comuni di partecipare ai procedimenti.

lin sintesi,le ZES originarie privilegiavano la concentrazione geografica e la specializzazione portuale; la ZES Unica privilegia l’uniformità amministrativa e l’integrazione dell’intero Mezzogiorno. Il primo modello rischiava di escludere le aree interne; il secondo le include, ma deve evitare che rimangano marginali nella distribuzione concreta degli investimenti.

Come funziona la ZES Unica

La ZES Unica crea un quadro più favorevole per le imprese che realizzano nuovi investimenti, combinando semplificazione amministrativa e agevolazioni fiscali. Non si tratta di un finanziamento automatico: ogni progetto deve rispettare requisiti territoriali, settoriali e dimensionali, oltre alle norme urbanistiche, ambientali, paesaggistiche e di sicurezza.

  1. Presentazione del progetto. L’impresa propone l’apertura o l’ampliamento di un’attività produttiva, oppure un investimento in impianti, macchinari, attrezzature, terreni e immobili strumentali.
  2. Verifica dei requisiti. L’investimento deve ricadere nel territorio della ZES Unica e rispettare le condizioni previste dalla disciplina nazionale ed europea sugli aiuti di Stato.
  3. Domanda tramite lo Sportello Unico Digitale. Quando sono necessari più titoli amministrativi, l’impresa presenta una sola istanza allo Sportello Unico Digitale ZES. Le diverse autorizzazioni, gli assensi e i nulla osta possono confluire nell’Autorizzazione Unica.
  4. Realizzazione dell’investimento. Il progetto viene eseguito nel rispetto delle prescrizioni e dei termini applicabili.
  5. Accesso alle agevolazioni. Se possiede i requisiti, l’impresa può richiedere il credito d’imposta previsto per gli investimenti agevolabili, secondo modalità, scadenze e limiti stabiliti per ciascun periodo.

Il funzionamento della ZES poggia quindi su due leve: da un lato, un procedimento coordinato che riduce la frammentazione burocratica; dall’altro, un vantaggio fiscale che può diminuire il costo effettivo dell’investimento. Per le aree interne, l’efficacia di questi strumenti dipende però dalla presenza di infrastrutture, servizi, competenze e collegamenti capaci di rendere concretamente attrattivo il territorio.

Una politica di sviluppo, non una semplice agevolazione

Le ZES hanno senso se diventano molto più di una scorciatoia amministrativa o di un credito d’imposta. Nate nel quadro delle politiche per la crescita delle aree svantaggiate e costruite inizialmente attorno ai porti, devono recuperare pienamente la loro vocazione territoriale: portare opportunità anche nei paesi, nelle valli e nelle zone montane che da decenni perdono abitanti e attività. La competitività del Mezzogiorno non si misura soltanto dalla velocità delle merci sulle banchine, ma dalla capacità di diffondere sviluppo lungo tutta la catena territoriale.

La sfida, in definitiva, è mantenere la promessa di riequilibrio: fare della ZES un ponte tra le grandi infrastrutture e le comunità interne, affinché gli incentivi diventino imprese, lavoro, servizi e nuove ragioni per restare.