Disavanzo al 3,1%, l’Italia sfiora il traguardo ma resta sotto procedura Ue

Per un decimale l’Italia manca l’obiettivo più atteso dal Ministero dell’Economia. L’Istat ha confermato che nel 2025 il rapporto tra deficit e Pil si è attestato al 3,1%, in calo rispetto al 3,4% dell’anno precedente ma ancora al di sopra della soglia del 3% prevista dalle regole europee. Una distanza minima sul piano numerico, ma significativa sotto il profilo politico e finanziario.


L’esito della revisione dei conti pubblici era atteso con particolare attenzione dal governo, che confidava in un ritocco al ribasso capace di riportare il disavanzo sotto il limite fissato da Bruxelles. La conferma del 3,1% allontana invece la possibilità di una chiusura anticipata della procedura per deficit eccessivo aperta nei confronti dell’Italia nel 2024 e costringe l’esecutivo a muoversi entro margini più ristretti nella costruzione della prossima legge di Bilancio.


Il dato, tuttavia, non racconta una situazione di deterioramento dei conti pubblici. Al contrario, la fotografia scattata dall’Istat evidenzia un percorso di graduale riequilibrio. L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è diminuito rispetto all’anno precedente e il saldo primario, ossia il risultato di bilancio al netto della spesa per interessi, è tornato positivo per lo 0,8% del Pil. Si tratta di uno degli indicatori più osservati dalle istituzioni europee perché misura la capacità dello Stato di sostenere il peso del debito senza ricorrere a nuovo deficit strutturale.


Anche il quadro macroeconomico appare leggermente migliore delle attese. L’Istat ha infatti rivisto al rialzo la crescita del Pil 2025 allo 0,6%, sostenuta soprattutto dalla domanda interna e dagli investimenti. Un segnale che conferma la resilienza dell’economia italiana, pur in un contesto internazionale ancora debole e caratterizzato da una crescita moderata degli scambi commerciali.


Il punto centrale resta però il rapporto tra crescita e disciplina fiscale. Per Bruxelles il parametro del 3% continua a rappresentare uno spartiacque simbolico oltre che normativo. Scendere sotto quella soglia avrebbe rafforzato la credibilità del percorso di risanamento italiano e avrebbe offerto al governo maggiore forza negoziale nei confronti delle istituzioni europee. Il fatto che il dato si sia fermato al 3,1% conferma invece che il processo di consolidamento è in corso ma non ancora completato.


Le conseguenze si faranno sentire soprattutto nei prossimi mesi. La legge di Bilancio dovrà conciliare l’esigenza di sostenere famiglie e imprese con l’obiettivo di proseguire la riduzione del deficit, evitando deviazioni dal percorso concordato con l’Unione europea. Un equilibrio complesso, reso ancora più delicato dall’elevato livello del debito pubblico e dal costo degli interessi, che continua ad assorbire una quota rilevante delle risorse statali.


Non sorprende quindi il tono prudente del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha parlato di «rammarico» per il mancato raggiungimento dell’obiettivo e ha indicato il 2027 come possibile anno di uscita dalla procedura per deficit eccessivo. Una dichiarazione che fotografa bene la situazione: i conti migliorano, ma non abbastanza da consentire una svolta immediata.
Più che una bocciatura, il 3,1% certificato dall’Istat rappresenta dunque un passaggio intermedio. L’Italia è oggi più vicina agli obiettivi europei rispetto agli anni scorsi, ma resta ancora un passo indietro rispetto al traguardo. E quel decimale, apparentemente irrilevante, continua a fare la differenza tra il ritorno alla normalità fiscale e la permanenza sotto la lente di Bruxelles