VENT’ANNI PER POI FUGGIRE DA KABUL

Ci sono fatti e avvenimenti che pur verificandosi a migliaia di chilometri di distanza toccano quasi direttamente la vita di ogni cittadino del mondo, europei ed italiani compresi.

Le immagini che circolano sui social-media provenienti soprattutto dall’aeroporto di Kabul sono avvilenti e segnano la vera sconfitta della Nato, in modo particolare degli Usa.

Ed è una sconfitta vera, non certo contro i Talebani, che militarmente sono poca cosa, ma è aver dovuto prendere atto di una ormai acclarata incapacità da parte dell’occidente, a trazione americana, di adottare politiche in grado di essere incisive nel cuore degli afghani per assicurare loro un futuro di sviluppo e di modernità, seppur in salsa euro-americana.

Dopo venti anni, quasi un quarto di secolo, e dopo un costo militare immane, gli Stati Uniti d’America hanno deciso di dare esecuzione all’accordo firmato a Doha, in Qatar, nel 2020.

Nicola Di Iorio

L’accordo, come è noto, fu raggiunto tra i Talebani e gli Stati Uniti d’America e fu firmato dall’allora presidente Donald Trump il 29 febbraio 2020.

La cosa strana e curiosa è che gli USA non hanno fatto intervenire in questo accordo il Governo afghano legittimo in carica consegnando di fatto il paese a un coacervo di guerriglieri, riconoscendoli come unici interlocutori, che erano stati sconfitti venti anni prima.

L’accordo sanciva la fine del conflitto armato in Afghanistan, iniziato nel 2001, prevedendo il ritiro delle forze americane dal Paese nei successivi 14 mesi.

Le modalità con cui l’esercito americano ha deciso di lasciare il teatro afghano non può che definirsi pasticciato costringendo anche gli altri Paesi impegnati, tra cui la Gran Bretagna e l’Italia, ad una ritirata precipitosa.

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle a New York l’11 settembre 2001, gli USA avevano necessità di punire gli attentatori, a cominciare da Osama Bin Laden, ritenuto la mente di Al Qaeda, e di difendere il suolo patrio, violato come avvenne a Pearl Harbour dai giapponesi agli albori dell’intervento americano nella seconda guerra mondiale.

La rappresaglia che portò gli USA ad attaccare l’Afghanistan nell’ottobre 2001, ritenuto il luogo di elezione di Al Qaeda, con evidenti complicità pakistane, poggiava sulle solide fondamenta giuridiche offerte, almeno nella fase iniziale, degli artt. 41,42 e 43 della Carta delle Nazioni Uniti

Insomma gli USA andavano in Afghanistan, trascinando anche i propri alleati europei, con lo scopo di annientare le basi logistiche ed operative di Al Qaeda.

Lo ha ribadito Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, spiegando che in quel teatro operativo gli americani non si trovavano per costruire uno Stato o una Nazione, ma solo per evitare al proprio suolo patrio di essere ancora violato in futuro.

Quindi, vi era una evidente iniziale dimensione poliziesca che, subito dopo, si è trasformata in operazione militare e, solo più tardi, si è trasformata anche in attenzione al mondo dei diritti e della democrazia.

Ma qui si apre il baratro del dibattito sulla legittimità e sulla possibilità di esportare la democrazia senza badare ai costumi, alle liturgie, alle religioni e alle culture locali.

Gli antichi romani, come ricorda un notissimo studioso di strategia americano Edwuard Luttwak, conquistarono il mondo allora conosciuto, sull’assunto di una loro non ingerenza nei modelli di vita locali chiedendo in cambio solo, e non era poco ovviamente, sottomissione e fedeltà.

Gli americani avevano seguito questa dottrina, almeno ufficialmente, dopo la seconda guerra mondiale con gli stati sconfitti. Ma da allora, salvo che nel caso della difesa di Israele, quella dottrina è stata quasi dimenticata, come del resto recenti scoperte documentarie portano ad affermare con certezza.

La politica mediterranea italiana e morotea fu avversata dagli interessi coalizzati americani e britannici facendo giungere il Mediterraneo al disastro libico e alle cosiddette primavere arabe.

Ora gli Stati Uniti sono fuggiti da Kabul lasciando i propri collaboratori ed alleati afghani nella disperazione e alla mercé delle inevitabili vendette.

I Talebani, praticamente senza colpo ferire, in un mese hanno conquistato tutto ciò che era possibile conquistare andando a passeggiare nel palazzo presidenziale a Kabul, accolti da una popolazione festante.

Gli afghani hanno preferito alla moderna democrazia americana, imposta con le pallottole, il medioevo oscurantista dei Talebani, imposto con la violenza ma su un substrato culturale e religioso condiviso dalla popolazione, donne comprese.

Non comprendere che il mondo islamico afghano è una ragnatela profonda in cui giocano interessi variegati, dai signori della guerra, a quelli della droga e a quelli dei mullah dell’Islam sunnita, è stato un errore di portata storica.

Venti anni persi insieme a migliaia di vite, anche italiane.

Tra i tanti presidenti americani che si sono succeduti, in fondo Joe Biden, arriva buon ultimo ed è forse il meno colpevole, anche se annunciare la data del ritiro delle truppe ha significato abbandonare anzitempo al proprio destino il governo in carica.

Bisogna riconoscere che l’unico che nel corso del proprio mandato presidenziale ha mostrato di avere lungimiranza, mente strategica ed intelligenza politica è stato unicamente il presidente George Bush padre che, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, sbaraglio’ l’esercito di Saddam impedendo però, successivamente, alla proprie truppe di arrivare a Baghdad e rovesciare il dittatore, ben sapendo che non avrebbe potuto sostituire tanto facilmente Saddam.

I successori, a cominciare soprattutto dal presidente George Bush figlio, hanno immaginato di vendicare l’11 settembre invadendo l’Afghanistan e l’Iraq. Per gli USA non è mai stato difficile mostrare la propria potenza militare che quasi mai ha subìto rovesci significativi.

Quindi per gli USA era militarmente semplice, ma politicamente e strategicamente difficile, intervenire in quei teatri.

Nel frattempo gli USA hanno abbandonato anche i Curdi al proprio destino,ai confini tra Siria, Turchia e Iraq, dopo averli utilizzati come milizia in funzione anti Isis, e concessa, di fatto, pericolosamente mano libera al presidente turco Erdogan nella delicatissima regione mediorientale.

Dalla seconda guerra mondiale in poi, proprio perchè dimentichi della dottrina dell’Impero Romano, non c’è stato un solo intervento militare significativo degli Usa che non abbia creato più problemi di quanti ne abbia effettivamente risolti.

La Corea, la Baia dei Porci a Cuba, il Vietnam, la Somalia, l’Iran, la Siria, l’Afghanistan e l’Iraq sono la litania dolorosa di una corona che gli Usa non hanno saputo snocciolare e politicamente risolvere.

E’ vero l’uccisione di Osama Bin Laden, con Barak Obama presidente, è stato un significativo risultato per l’operazione di polizia contro il terrorismo che gli USA avevano in testa fin dall’inizio. Ma l’abitudine di lasciare al proprio destino coloro che collaboravano con la superpotenza militare americana, perchè gli USA tali sono e lo saranno ancora a lungo, rischia di rendere poco credibili ulteriori e future operazioni, di ogni tipo.

La insensatezza degli accordi di Doha voluti da Trump, uniti al fallimentare tentativo di esportare la democrazia occidentale, senza prima costruire uno stato ha portato di nuovo gli elicotteri a stelle e strisce ad evacuare, alla meglio, l’ambasciata, come a Saigon.

Una sconfitta, non militare, ma sicuramente politica.

E’ vero le donne di Kabul saranno le vere vittime del ritorno dei talebani. Ma non certo le donne dell’Afghanistan interno che invece sono allineate da tempo al verbo islamico più oscurantista.

Tuttavia, è da chiedersi perchè nessun afghano ha combattuto per loro? Perchè il mondo del femminismo internazionale non ha imbracciato un fucile come fecero le donne vere nel periodo della Resistenza? Viene da pensare che i pianti, le urla del mondo del femminismo internazionale non sono altro che un’emissione di fiato da club.

C’è solo da sperare, a questo punto, che almeno, nelle prossime settimane, sul controllo del nucleare iraniano, gli Usa non facciano gli stessi errori fin qui commessi.

Forse ascoltare un pò di più gli alleati europei non farebbe male agli Stati Uniti che rischiano di veder saldati gli interessi cinesi, privi di scrupoli e di attenzione ai diritti e con lo sguardo rivolto solamente al business, con quelli del mondo islamico, con una conseguente capacità di attrazione degli stessi interessi russi.

Ma la resa di Kabul deve far aprire gli occhi alle potenze occidentali ed europee. Il presidente degli USA cura gli interessi della propria nazione e non quelli delle altre. Prima la impariamo in Europa questa lezione e meglio sarà per tutti.

L’Italia curi la propria politica estera, come nel periodo moroteo, pensando ai propri interessi, economici e commerciali innanzitutto, coniugandoli con il resto dei paesi europei.

Certo sarà difficile portare avanti una politica estera con un ministro in Lacoste e costume che è disteso al sole del Salento in un periodo di fermenti. Fortuna che c’è Draghi.