IMPRENDITORE RICCO E AZIENDA POVERA O IMPRENDITORE POVERO E AZIENDA RICCA?

Da qualche tempo i media nazionali, supportati da agglomerati di interessi economici e politici abbastanza noti, si sono assunti il compito di compiere una operazione grottesca, demonizzare e banalizzare il mondo del lavoro.

Come se il mondo del lavoro appartenesse solo al lavoratore salariato e stipendiato.

L’impresa forse non esiste? Eppure senza l’impresa, e quindi senza l’imprenditore, singolo o societario, non ci potrebbe essere il lavoro, salariato e stipendiato.

Nicola Di Iorio

Le storie relative a rifiuti di assunzioni a fronte di offerte di lavoro assassine, sia per orari che per retribuzioni, e quelle di imprenditori alla ricerca di personale, pagandoli profumatamente, si sono sprecate.

Il pendolo è oscillato tra le lamentele delle imprese che non trovano collaboratori additando vari responsabili tra i quali si segnalano, in particolare, gli effetti distorsivi dell’applicazione del Reddito di Cittadinanza, da un lato, e una vita moderna che, dall’altro lato, ha eccessivamente imborghesito le giovani generazioni adagiate in una vita priva, quasi del tutto, di uno spirito di sacrificio in grado di lanciarle in un mondo del lavoro estremamente selettivo e competitivo, e le proteste di disoccupati e di inoccupati, alla ricerca invece di opportunità lavorative che non avessero il sapore della beffa e della schiavitù.

In fondo c’è un pò di vero in entrambi i lati del pendolo oscillante.

Ovviamente il mondo del lavoro nei decenni scorsi è profondamente cambiato e cambierà ancora sotto la spinta di nuove sfide e nuove necessità, a prescindere dalla volontà delle rappresentanze degli interessi, sia dei lavoratori che dei datori di lavoro.

Se l’organizzazione aziendale di tipo fordista è stata da tempo ormai abbandonata, almeno nelle grandi economie occidentali, ancora non si percepisce con chiarezza cosa la stia sostituendo, se non un arcipelago di modelli organizzativi ai quali i mondi della rappresentanza fanno fatica a sintonizzarsi sull’onda di una produzione normativa frammentarie e priva di una visione organica capace di guardare al futuro con i suoi necessari ed inevitabili cambiamenti.

Ma un punto da cui partire c’è ed è la consapevolezza che l’impresa gioca un ruolo nuovo e più incisivo negli stati democratici moderni. Oggi l’impresa ha guadagnato spazi anche rispetto alla politica rappresentativa.

Responsabilità sociale, welfare aziendale, attenzione ai cicli di vita familiari sono concetti che emergono sempre di più con forza dal mare della contrattualistica ma ancora non riescono ad imporsi in modo definitivo anche perchè molto spesso il mondo delle imprese le vive come meri costi e non come una missione che appartiene in modo costituzionale alle stesse imprese moderne.

La massimizzazione dei profitti a fronte del contenimento di ogni possibile voce di spesa, anche di quelle legate alla sicurezza sui luoghi di lavoro, al fine di concentrare le risorse per creare un salvadanio disponibile, rischia di creare un campo di battaglia, in stile Mariupol, nei luoghi di lavoro. e questo un moderno stato non può consentirselo, soprattutto in un tempo difficile in cui occorre affrontare nuovi nemici insidiosi e pericolosi, come guerre, mutamenti climatici ed epidemie planetarie che producono depressioni, recessioni, inflazioni, mancanza di fiducia e riduzione della produzione.

La morte di un grande imprenditore come Leonardo Del Vecchio ha rilanciato un ragionamento circa l’attuale condizione dell’impresa italiana che è cresciuta nei decenni su modelli familistici e solo da poco si affaccia su modelli più impersonali.

L’asse portante dell’economia italiana, è noto, è rappresentata dalla piccola e media impresa che è stata sempre caratterizzata dalla figura di un imprenditore che si immedesima e si incarna nell’azienda e che ha bisogno di collaboratori che facciano altrettanto.

Insomma la saracinesca dell’azienda la aprono e la chiudono, ogni giorno, insieme i lavoratori con l’imprenditore.

Ma questo spirito e questa figura imprenditoriale sembrano essere sempre di più avvolte da una fitta nebbia e, come un fantasma di Shakespeare, sembra emergere, invece, la figura vampiresca di un moderno conte Vlad.

Secondo alcune ricerche oggi un ceo guadagna in media 670 volte in più di un suo dipendente, in aumento rispetto alle 640 volte del 2020, mentre negli anni Cinquanta, la stessa differenza retributiva fra un ceo e i dipendenti era di 20 a 1 e negli anni anni Ottanta era passata, invece, a 42 e 1.

Non è sostenibile questa crescita spasmodica ma nemmeno è accettabile una politica di riduzione dei costi, come quelli sul cuneo fiscale, che non tenga conto delle legittime esigenze dell’impresa.

Qui si situa un punto nodale che, dalla seppur scarsa applicazione della legge 231 del 2000, era già cominciata a venir fuori quando si insisteva nella distinzione e nella divaricazione delle responsabilità amministrative e penali tra imprenditore ed impresa.

in effetti imprenditore ed impresa sono sempre di più soggetti distinti e diversi che una moderna contrattazione deve assolutamente considerare privilegiando l’impresa nella sua essenza costituzionale rendendola sempre più forte e capace di solcare i mari in tempesta dei mercati.

Insomma l’impresa, evitando di spremerla come un limone, sia dal lato fiscale che da quelle dei costi, delle scelte imprenditoriali e di quelle delle pubbliche amministrazioni, deve diventare più ricca dando in questo modo all’imprenditore di remunerare il proprio capitale di rischio ed al lavoratore di vedere aumentato la propria retribuzione.

Condividere, socializzare e contrattualizzare non sono parole vuote di significato ma vanno concretamente praticate ed applicate per evitare che le imprese possano essere oggetto di una attività predatoria capace di arricchire solo i singoli individui evitando la missione di una moderna responsabilità sociale.