Capone, Segretario Generale UGL: “Auspichiamo una rivoluzione delle relazioni sindacali per cui da sempre ci battiamo con assoluta convinzione”

Abbiamo colloquiato a lungo con il Segretario Generale di Ugl, Francesco Paolo Capone, attento analista dei fenomeni economici, sociali e politici italiani, per ricostruire, dal punto di vista sindacale e politico, l’attuale stato dell’economia italiana e quali prospettive si possono cogliere alla luce dell’accordo europeo sul Recovery Fund, fino a giungere all’annosa questione della cosiddetta rappresentatività.

Il Segretario Generale di Ugl, Francesco Paolo Capone, non ha sicuramente bisogno di molte presentazioni. Segretario qual è lo stato di salute delle relazioni industriali sindacali in Italia soprattutto alla luce della emergenza sanitaria?

Lo stato di salute delle relazioni industriali e sindacali lo dovremo verificare quando si riapriranno i vari tavoli di confronto con le controparti per il rinnovo dei contratti collettivi più importanti. Attualmente, la preoccupazione più grande è sullo stato di salute delle imprese più che sullo stato di salute delle relazioni industriali perché il Covid ha bloccato il paese in modo pericoloso, sotto l’aspetto sanitario, ma anche incredibilmente dannoso sotto l’aspetto economico. Mentre l’Italia era ferma e gli italiani facevano tutti i sacrifici necessari per uscire fuori dal contagio, negli altri paesi europei le aziende hanno continuato a lavorare. Mentre, ad esempio, le nostre acciaierie erano ferme quelle degli altri paesi lavoravano generando una situazione tale che i clienti del nostro sistema industriale, soprattutto i clienti esteri, si sono trovati nella necessità di non avere i nostri prodotti e di essere costretti ad approvvigionarsi presso altri.

Quindi le misure di contenimento hanno inciso negativamente sullo stato della economia italiana?

Le misure di contenimento hanno inciso in maniera devastante sullo stato dell’economia. In Italia abbiamo ancora questa situazione di assistenza legata al blocco dei licenziamenti e alla concessione della cassa integrazione a tutte le categorie, anche quella in deroga per quelle imprese che ordinariamente non possono accedere alla cassa integrazione. Ma tutto questo temo che stia per finire. Ad agosto, senza proroghe, finirà la cassa integrazione anche per chi l’ha presa molto tardi e così finirà anche il divieto di licenziamento. Quello che potrebbe succedere è di essere costretti a contare oltre un milione di posti di lavoro in meno, nell’immediatezza, con delle ovvie ricadute negative su tutto il sistema produttivo del Paese.

Ci dovremo aspettare un autunno molto caldo

Temo di sì. Un autunno caldo anche nell’accezione classica delle tensioni sociali. In Italia abbiamo avuto un calo della produttività e della ricchezza pari a quello che c’era stato a partire dalla crisi economica del 2008, dalla quale non eravamo ancora usciti del tutto, fino all’arrivo del Covid. Tutto ciò è successo proprio nei soli tre mesi di chiusura proprio per cause sanitarie. Quindi in soli tre mesi abbiamo perso, incredibilmente, quello che avevamo perso nei dieci anni precedenti.

Come giudica la normativa che è stata prodotta durante il periodo del Covid per contenere, sul piano sanitario, l’epidemia del nuovo Coronavirus?

Sulla normativa sanitaria ci sono delle singolarità che non sono state spiegate e ancora oggi non si spiegano. In un paese normale, lo Stato ha dei piani di emergenza sulle più varie situazioni, per esempio sul terrorismo, sul terremoto, sulle inondazioni, sulle eruzioni vulcaniche. Insomma, uno Stato serio ha piani di emergenza praticamente per tutto. Ma che non ci fosse un piano di emergenza sanitario questo è davvero preoccupante. In qualche magazzino dovevano per forza essere stoccate e stipate qualche milione di mascherine che, essendo a basso contenuto tecnologico, non hanno nemmeno un costo eccessivo. Così come avrebbero dovuto essere facilmente reperibili, non dico i vaccini, ma sicuramente gli strumenti di contenimento, sanitari e medicali, che potessero in qualche modo affrontare almeno la prima emergenza. Ammesso che sul territorio nazionale fossimo stati dotati di protezioni individuali, invece che fermare tutto avremmo potuto ridurre di parecchio il rischio di diffusione del contagio. Ma, al netto di questo, c’è stata sicuramente una gestione emergenziale di un fenomeno che avrebbe dovuto essere in qualche modo già previsto, tenuto conto che il nostro territorio in passato ha già subito la presenza di agenti contagiosi come quello, ad esempio, della Sars.

Il Governo ha affrontato le conseguenze derivanti dall’arresto produttivo con una legislazione che avrebbe dovuto sostenere l’economia, i ceti più deboli e le imprese ricorrendo al rilascio di garanzie e non ad immettere liquidità nel mercato probabilmente costretto a ciò dalla rigidità del bilancio dello Stato. Ora c’è stato questo accordo a Bruxelles tra i Paesi europei che hanno raggiunto un accordo per attivare il Recovery Fund da destinare allo sviluppo e a gestire queste fasi di possibile tensione sociale. Come giudica questa legislazione italiana, i suoi effetti e gli accordi raggiunti a Bruxelles?

La fase iniziale, quella delle garanzie, è stata davvero un grande bluff.  Dare delle garanzie ad aziende in cerca di liquidità è come dire “ti prometto che puoi fare delle cose”. Ora e chi ha lavorato in banca lo sa, nel momento in cui tali richieste sono state fatte transitare attraverso le normali procedure di aperture di un credito che vedeva prima l’azienda come obbligato e dopo eventualmente lo Stato come coobbligato. Quindi cosa è successo in realtà? La maggior parte delle aziende neanche i venticinquemila euro sono riusciti a prendere che pure era la base minima per le aziende medio piccole sia perché le banche, anche in dispregio dell’invito a prevedere percorsi facilitati, si sono limitate a continuare ad operare nel modo ordinario e sia perchè tutti coloro che avevano una legittima ed attiva esposizione nel sistema bancario, ad esempio avevano avuto accordato dalla banca un fido di 15 mila euro concesso caso mai tre anni prima e che i clienti hanno onorato, utilizzandolo e ricoprendolo, nel momento in cui sono riusciti ad ottenere, dopo una non semplice trafila, i 25 mila euro, i primi 15 mila sono andati a coprire l’esposizione precedentemente ottenuta. Quindi quel primo intervento è stato più un intervento salva banche e non è stato di certo un intervento idoneo per assicurare la liquidità richiesta dalle imprese. E questo va detto con estrema chiarezza. E quindi quello della liquidità che negli annunci doveva rappresentare il famoso bazooka ci si è accorti, purtroppo, che si trattava solo di una semplice e volgare miccetta, nulla di più. Poi c’è stato il decreto rilancio che, ovviamente, avrebbe dovuto essere definito come una bomba atomica se quello precedente era un bazooka. Nel decreto rilancio c’era, tra le altre, una cosa davvero bizzarra. In effetti, ci siamo tolti lo sfizio di fare un pò le pulci al decreto e sono venute fuori cose curiose. Di questo ho avuto modo di dirlo peraltro anche al Presidente del Consiglio, seduto di fronte a me, in occasione del confronto agli Stati Generali. Il Decreto Rilancio prevede ben 103 decreti attuativi. Dico 103, non uno solo. Ancora, prevede oltre 30 pareri della Conferenza Stato – Regioni e inoltre, lo stesso decreto prevede 6 pareri del Garante della Privacy oltre a due pareri di un organismo di cui nemmeno conoscevo l’esistenza come la Conferenza dei Rettori delle Università. Questa mole di attività procedurali, conseguente al singolo decreto, fatto passare con la fiducia non più tardi di una decina di giorni fa, testimonia in modo evidente che tutto rischia di andare su un binario morto. Quando, al di là di un eccessivo quantitativo di bonus, in un paese che fa dell’automotive, non solo una eccellenza produttiva ma anche un grosso centro di creazione del Pil del nostro Paese che tuttavia non viene adeguatamente supportata a vantaggio, invece, della mobilità alternativa dando incentivi e bonus per pattini e bici elettriche si certifica non solo la schizofrenia, ma soprattutto una ignoranza e una adeguatezza, di chi ci sta governando. Questo è quello che preoccupa di più, in quanto tutte le crisi possono essere risolte se c’è una capacità solidale di trovare soluzioni. Quindi ogni crisi può essere in qualche maniera assorbita e superata, ma quando tutto si gioca su questa capacità comunicativa di trovare più la frase ad effetto che una soluzione reale che aiuta il sistema Io temo che i problemi ci saranno e saranno problemi anche di difficile soluzione.

Quindi il risultato che l’Italia porta a casa insieme alla stessa Unione Europea dopo il negoziato di Bruxelles lei prima di giudicarlo vorrà vederlo e studiarlo, immagino.

Voglio sicuramente vedere e approfondire quali sono i dettagli del negoziato. Ho ricevuto da poco una copia in inglese dell’accordo. Le premesse non sono delle migliori anche perché questi interventi a sostegno dell’Italia e degli altri paesi che hanno ricevuto maggiori danni dalla crisi coronavirus sono legate comunque ad una serie di vincoli e sono tutti i vincoli che riporta nel nostro paese indietro di qualche anno come i vincoli sul sistema previdenziale, i vincoli sulla capacità di spesa sulla creazione di un paese che vuole svilupparsi. Io credo che in Europa ci sia una scuola di pensiero contraria al nostro paese e in genere ai paesi del Mediterraneo lo abbiamo visto in Grecia e Spagna e in Portogallo e in questo momento anche in Italia. Si registra una tendenza a mortificare quelli che sono gli sforzi per uscire dal momento di crisi difficile, anche per cambiare alcune pessime abitudini del nostro paese, ci mancherebbe altro. Siamo molto poco un Paese di santi pur essendo stati un Paese di eroi, di navigatori e di trasvolatori. Ma c’è questa tendenza a mortificare qualunque espressione positiva. La stessa tendenza che negli anni ’90 aveva portato sul famoso panfilo Britannia Prodi, Draghi, probabilmente anche la Bonino e Grillo, che in quella gita e che non era più solo di piacere a discutere dei destini del Paese. Quello probabilmente è stato il momento in cui i governanti italiani hanno deciso di abdicare affidando all’Europa qualunque iniziativa. Di lì sono venute fuori le privatizzazioni selvagge, il depauperamento, anche di produzioni strategiche, del nostro paese e questo è quello che sta succedendo ora. Io almeno temo che ancora di più ci sarà la tendenza a sottrarre sovranità, anche produttiva e strategica, al nostro paese per consegnarlo nelle mani della grande finanza. In effetti, dietro questa Europa non ci sono i popoli, non ci sono gli interessi delle persone, ma dietro a questa Europa ci stanno gli interessi delle grandi elites finanziarie.

Quindi ora la partita, dopo il saldo finale di questo di queste giornate a Bruxelles, la partita si gioca sui tavoli nazionali. L’Italia dovrà per forza di cose essere chiamata a precisare e a stabilire quale politiche, quale visione di paese intenderà mettere sul campo, al netto della vincolistica che in qualche modo comunque inciderà. La cosa davvero curiosa à che l’Italia si è presentata a questo tavolo di Bruxelles senza un piano, cioè senza dire come vuole spendere queste risorse pur avendo, per la verità, trascorso qualche settimana ad ascoltare i vari protagonisti del mondo economico ed imprenditoriale a Villa Pamphili, in quelli che sono stati chiamati pomposamente gli Stati Generali. Lei è stato lì in rappresentanza del sindacato di Ugl. Secondo la sua visione l’Italia in quale direzione dovrebbe orientarsi per poter correttamente spendere queste risorse?

La prima cosa che va fatta è di attivare i progetti già cantierabili, sono numeri che ha dato il presidente del consiglio e quindi sono difficilmente smentibili, indipendentemente da quelli che sono stati gli interventi decisi e concessi a Bruxelles, in qualche maniera, per circa 209 miliardi di auro, da suddividere tra sovvenzioni e prestiti, verificando bene quali sono i vincoli affinché questi prestiti possano essere effettivamente utilizzati. Secondo quando dice il Presidente del Consiglio in Italia ci sono ben 700 opere pubbliche cantierabili e che ancora non vedono l’inizio dei lavori. Se queste opere sono state già finanziate e quindi le poste finanziarie sono state già previste non rientrano nelle risorse europee e quindi non sono debiti. Se già iniziassimo questa attività, a prescindere quindi da Bruxelles, metteremmo in moto un meccanismo virtuoso e assolutamente immediato in grado di dare qualche risposta di serietà. Il tutto anche in un quadro normativo, come quello italiano, che per una serie di motivi è legittimamente molto rigido per il quale dovremmo cominciare a trovare qualche escamotage come è stato fatto con la ricostruzione del ponte di Genova, da prendere a modello. Per giungere con efficacia alla realizzazione finale delle opere bisognerebbe assegnare la singola opera pubblica ad un commissario. Naturalmente sarebbe quanto mai opportuno rivedere tutti i vincoli che sono stati messi con il codice sugli appalti che hanno creato la paradossale situazione che nessuno si assume la responsabilità di dare il via all’opera perché, ad esempio, non si può mai sapere se c’è un’infiltrazione della malavita. I controlli in Italia li facciamo tutti ex ante quando, invece dovremmo farli in corso d’opera o ex post. Alla fine, se si dovesse riscontrare un’infiltrazione malavitosa essa va scoperta e punita, ma non possiamo non realizzare nulla sull’assunto di una potenziale infiltrazione. Roma era candidata per le Olimpiadi. Ora immaginiamo solo che sarebbero iniziati i lavori in questo momento, dopo una crisi gravissima, finanziati dal sistema olimpico. Avremmo avuto sicuramente un rilancio dell’economia. Ma il sindaco Raggi ha ritirato la candidatura della città perché c’era la possibilità, neanche troppo remota ci mancherebbe, che le infiltrazioni mafiose avessero avuto inquinare le attività costruttive. Ma non funziona così nella vita. Nella vita ognuno deve saper prendersi dei rischi mettendo in campo, contemporaneamente, tutti gli strumenti che consentono di eliminare tali rischi. Se così non fosse si potrebbe arrivare all’assurdo che non dovremmo mangiare più nulla perché se no qualche cosa potrebbe andare di traverso. La vita è fatta anche di rischi e soprattutto di buone prassi. Un amministratore è chiamato ad assumersi la responsabilità di individuare le buone prassi. Ma oggi in Italia, purtroppo, non sempre avviene.

La razionalizzazione e la riduzione delle centrali di costo potrebbe essere una strada nell’ambito della semplificazione della Pubblica Amministrazione.

Assolutamente sì. Diventa essenziale modificare e rivedere, per come è ad oggi scritto, il codice degli appalti, diventato del tutto ingestibile. Altrimenti non parte nulla, nemmeno il semplice appalto per riparare le buche di una della strada dissestata. Le opere pubbliche possono dare posso una spinta importante per la ripresa del Paese ma vanno realizzate. Purtroppo, anche nel quotidiano non si muove più nulla

Segretario ci avviamo alla conclusione di questa chiacchierata e la riporto al suo ruolo di sindacalista e di segretario generale di un sindacato importante come appunto è Ugl che mi sembra oggi essere uno dei protagonisti reali della vita politica ed economico-sociale. C’è una questione che è diventata una leggenda metropolitana e che non riguarda ovviamente soltanto Ugl ma tutto il comparto del mondo sindacali e datoriale, questa della rappresentatività che è diventata una sorta di aspettando Godot, da un lato, ma dall’altro lato è diventato veramente una leggenda. Che cosa ne pensa il segretario generale di Ugl?

La risposta è un po’ articolata ma è importante anche per fare anche un pò di chiarezza sulla questione. Ovviamente c’è un problema legato al riconoscimento del ruolo delle organizzazioni sindacali e del peso che queste hanno e da cui discende la legittimazione per l’assunzione della responsabilità per la firma dei contratti collettivi nazionali, degli accordi di secondo livello, delle clausole sociali, magari sui tavoli del ministero. Quindi bisogna pensare che dalla legge 300 in poi siamo andati avanti con il principio dei sindacati maggiormente rappresentativi. E per essere considerati sindacati maggiormente rappresentativi bisognava aver firmato dei contratti collettivi nazionali di lavoro, avere una rappresentanza territorialmente diffusa, avere strumenti di servizio paralleli come caf e patronato. Quindi, tutto ciò rendeva un sindacato maggiormente rappresentativo e si consideravano tali Cgil, Cisl, Uil e Cisnal, prima, Ugl, dopo, a quali si aggiunsero anche alcuni sindacati autonomi. A un certo punto però, succede che entra in crisi il rapporto del sindacato con gli iscritti. Del resto, che ci sia una mancanza di vocazione sindacale è un dato di fatto e a fronte di questa mancanza di vocazione, Cgil, Cisl e Uil si sono chiusi a riccio cercando delle norme molto stringenti che garantissero soltanto loro tre e non tutta quella che è la pluralità sindacale. Va precisato che in Italia, a differenza che in altri paesi, abbiamo una ricchezza che è quella del pluralismo sindacale che amplia la capacità e la possibilità di esprimere, come peraltro prevede la Costituzione, liberamente la propria volontà di associarsi ad un’organizzazione sindacale piuttosto che ad un’altra. A questo sistema si è, nel tempo, venuto a saldare un’altra esigenza, quella della rappresentanza dei datoriali. Confindustria è in crisi più delle organizzazioni sindacali, non lo dico io lo dice Fiat quando esce da Confindustria, così come lo dicono le centinaia, per non dire migliaia, di aziende, soprattutto medio piccole, che non hanno più necessità di essere associate ad un’organizzazione, piuttosto elefantiaca, che ha modelli contrattuali adatti alla grandissima industria mentre le piccole e medie imprese  hanno bisogno di modelli più flessibili, più adatti alla loro realtà e alla loro dimensione produttiva. In questo Paese, in cui da tempo è cambiato il modo di organizzare il lavoro nelle aziende così come è cambiata il modo di produrre nel quotidiano, non è ignoto che l’80% sono proprio piccole e medie imprese che quindi hanno da 200 dipendenti in giù. In pratica, le grandi aziende dove ci sono migliaia di persone a lavorare, in stile fordista, oggi non ci sono praticamente più. Infatti, le grandi aziende o hanno differenziato la produzione o hanno ridislocato i siti produttivi, contribuendo in questo modo a cambiare il tessuto del sistema industriale. Tale tessuto sta cambiando anche perché si sta avvicinando, per fare un esempio, l’industria 4.0. Tutto ciò rappresenta un’ulteriore rivoluzione del sistema produttivo. A tutto questo non si può rispondere con un modello contrattuale che ci portiamo dietro dalla metà del secolo scorso. Subito dopo la seconda guerra si ricostruì un patrimonio sindacale e un patrimonio contrattuale che andava bene per quel tipo di impresa, storicamente datata. Non c’è stata la capacità di cambiare. Ma cambiare come? Secondo noi, e ce l’abbiamo scritto nello statuto dal 1950 da quando siamo nati, è arrivare ad applicare finalmente l’articolo 46 della Costituzione che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese questo è l’obiettivo sul quale noi ci muoviamo e questo fa di noi un sindacato assolutamente originale lo scenario italiano.

E’ anche una eredità culturale antica

Assolutamente antica perché la partecipazione è una elaborazione italiana. Tant’è che i padri costituenti l’hanno ripresa dal fascismo e l’hanno messa nella Costituzione. E non l’ha fatto un becero nostalgico del ventennio, ma l’hanno messo i padri costituenti, democraticissimi, perché hanno capito perché quello era lo strumento ideale, così come avevano tutelato lo strumento della libertà di impresa e così come hanno tutelato anche la cooperazione. Quindi la partecipazione è uno degli articoli non è mai stato applicato. Noi immaginiamo un modello con una contrattazione di primo livello al quale partecipano coloro che riescono ad assicurare e garantire una certa percentuale di rappresentanza partecipano alla trattativa e sottoscrive il contratto e che riguardano i diritti inalienabili come il diritto a lavorare in un luogo salubre, a non essere discriminato per religione, sesso, politici, alle ferie, alla maternità ecc. Insomma, tutti i diritti inalienabili stabiliti e in questo contratto quadro deve essere previsto il diritto ad avere la giusta retribuzione. Questo è il primo livello. Poi, la partecipazione che può avvenire solo in ogni singola azienda perché non può avvenire in modo standardizzato in quanto ad ogni azienda è diversa dall’altra. Quindi nel secondo livello si demanda tutto il resto, si demanda l’organizzazione del lavoro e si demanda anche quello che è il massimo della partecipazione che non è solo informazione sui processi produttivi ma è divisione degli utili. Quindi si potrebbe arrivare addirittura ad una cogestione. Sul secondo livello chi negozia? Chi ha firmato il contratto di primo livello, come vorrebbe Cgil, Cisl e Uil?  Assolutamente no, perché al singolo lavoratore la Costituzione garantisce di associarsi a qualunque sindacato. Se il sindacato scelto, a livello aziendale, ha la percentuale stabilita, sarà quest’ultimo a negoziare, sulla base di quello nazionale ma nella realtà locale. Insomma, auspichiamo una rivoluzione delle relazioni sindacali per cui da sempre ci battiamo con assoluta convinzione.

Gli impegni per futuro per Ugl sono tantissimi…

Infatti, abbiamo caratterizzato la nostra azione proprio sul richiamo all’art.46 della Costituzione e sulla partecipazione facendo anche una azione internazionale. Noi siamo l’unico sindacato di destra al mondo che non è banale pur essendo una bizzaria italiana. Stiamo lavorando sul fronte internazionale collaborando alcune organizzazioni esistente e aiutando alcuni paesi a costruire un modello sindacale che si basa proprio su questi principi, da una parte la fine della lotta di classe che data a meta dell’800 e dall’altra la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa in una nuova e ritrovata unione di intenti tra capitale e lavoro.

Segretario, buon lavoro e grazie

Grazie a Lei direttore.