20 e 21 settembre, ma chi ha vinto le elezioni nella società liquida?

Le elezioni appena trascorse, che hanno interessato alcune regioni italiane unitamente al famigerato referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, hanno restituito una fotografia della politica italiana che conferma un trend già in atto da tempo in Italia.

Nicola Di Iorio

E’ solo un ricordo, piacevole o meno, quello di una politica e del sistema dei partiti che la sorreggevano che dichiarava la sconfitta o la vittoria in una campagna elettorale sulla base di scostamento della forbice percentuale rispetto alla elezione precedente facendo riferimento ad un semplice zero virgola.

E’ di tutta evidenza, a partire dalla stagione di “Tangentopoli”, come sia stato inoculato nel corpo inerme di una popolazione che ha vissuto in difficoltà per varie ragioni il germe tossico del populismo, del mancato rispetto delle professioni e delle istituzioni di ogni tipo, della messa in discussione di ogni cosa che in passato aveva fatto da tessuto connettivo della società italiana, la famiglia, la politica, la chiesa.

In pochi anni, sotto la spinta di movimenti e partiti, la società italiana si è imbarcata su una nave il cui ultimo approdo è rappresentato dal porto delle nebbie, cioè da un luogo in cui lo studio e l’applicazione lasciano il passo alla “tuttologia” imperante sui marciapiedi dei paesi.

Bauman ha avuto modo di spiegare e profetizzare che le società sono destinate ad essere sempre più “liquide”, in tutti i settori e la politica non può fare eccezione.

La segmentazione tradizionale della società italiana prevedeva la presenza di una classe media, formata prevalentemente da dipendenti, piccoli imprenditori e professionisti. Tale classe sociale ha rappresentato per lungo tempo la corazza posta a difesa del raggiungimento di un’ accettabile e diffusa qualità della vita. E’ stata l’aggressione a questa classe, moderata e lavoratrice, degli ultimi venti anni che ha fatto mettere in discussione un modello sociale basato sul principio “studio, mi sacrifico e quindi avrò la possibilità di crescere e stare meglio”. L’ascensore sociale si è fermato a cominciare dal periodo di post tangentopoli spostando le decisioni basilari dalla politica alla finanza.

La politica, nella sua essenza fondamentale di evocatrice di speranza, è stata travolta lasciando spazio ad una concezione della società solo ed esclusivamente in chiave ragioneristica arrivando a giustificare lo scempio dei servizi a favore dei cittadini solo e unicamente facendo un’addizione o una divisione.

I partiti e i sindacati, veri regolatori dei conflitti sociali, sono stati rapidamente sostituiti dal leaderismo e dal cosiddetto partito personale dal quale larghe fette di società sono state contagiate.

Ma le storie personali dei leaders e dei partiti di riferimento sono stati esse stesse travolte dalla “società liquida”. E’ toccato a Renzi e al “suo” PD, prima osannato alle europee e subito dopo vituperato ed abbattuto. E’ toccato a Di Maio e Salvini in rapida successione.

Il risultato delle ultime elezioni sembra essere in linea con questo ragionamento che, per la verità, sembra rafforzato anche a seguito di qualche errore commesso dalla comunicazione. Annunciare roboanti e plebiscitarie vittorie fa sembrare una sconfitta la successiva conquista di più limitati ma comunque importanti risultati.

Escludendo la Valle D’Aosta, che ha regole a sé, in base ai risultati delle restanti sei Regioni i cui cittadini hanno dovuto votare per eleggere un nuovo presidente, si può parlare di un pareggio numerico tra centrosinistra e centrodestra. Toscana, Campania e Puglia restano al centrosinistra, Veneto, Liguria e Marche vedono prevalere la coalizione di centrodestra.

E’ ovvio, però, che la vittoria nelle Marche da parte del centrodestra pesa molto in quanto, unita alla storica e recente conquista dell’Umbria, insinua un ulteriore cuneo in territori regionali tradizionalmente di sinistra portando a quindici le regioni governate dal centrodestra rispetto alle cinque del centrosinistra.

Non può non essere nascosto che, ad eccezione delle Marche, nella sfida elettorale regionali “l’effetto Covid” ha inciso fortemente, con i presidenti uscenti tutti rieletti.

Zaia, De Luca e Toti hanno rappresentato, nei mesi dall’inizio della pandemia, riferimenti quotidiani di cui gli elettori hanno tenuto conto al momento del voto, ribaltando in qualche le opinioni raccolte dai sondaggi pre-covid.

A confermare ciò sono i lusinghieri risultati raggiunti dalle liste personali, diventate dei veri magneti anche per nuove forze provenienti dai fronti opposti, che hanno ridimensionato di molto il risultato dei partiti “tradizionali”, ma rafforzando la coalizione e blindando il risultato.

A farne le spese, appena annacquato dal risultato del referendum, è stato il M5S che è risultato essere veramente poco competitivo, uscendo come il vero sconfitto di questa tornata elettorale regionale.

Tra i veri vincitori del voto del 20 e 21 settembre va annoverato il Governo e non tanto per la sua capacità o meno di gestione della cosa pubblica ma per il semplice effetto riveniente dalla vittoria referendaria del SI che ridurrà il numero dei parlamentari. Per rendere effettiva tale riduzione sarà necessario procedere all’approvazione di una legge elettorale con la revisione del collegi. Non sarà operazione semplice, soprattutto perchè a varare tale normativa dovrà essere un Parlamento che, a partire dalla prossima legislatura, si vedrà ridotto di numero.

Per tale ragione il Governo ha buone ragioni non solo di pensare di essere blindato fino al 2023 ma che potrà avere mani libere nel gestire i fondi europei in arrivo, senza contare la elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il tutto in attesa delle prossime elezioni nelle grandi città italiane.

Insomma, il mondo politico italiano si confronterà nuovamente con il mondo della “liquidità”, in stile Bauman.

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