I MONDIALI DI CALCIO QATAR 2022 CARTINA DI TORNASOLE DI UNO SPORT MALATO

Il mondo del calcio è corrotto, c’è poco da girarci intorno. Ai più questa potrà sembrare una frase ovvia e qualunquista, ma la verità è che nel mondo esistono fin troppe “banalità” che tutti sanno ma che quasi nessuno dice e che ancora meno sono disposti ad ascoltare.

Di solito quando viene fuori questo argomento, si pensa immediatamente agli arbitri comprati dal manager di qualche squadra o ai calciatori che commettono un qualche crimine e riescono a insabbiare il tutto.

Federico Malcotti

Tuttavia, la corruzione dello sport più amato al mondo va ben oltre i crimini commessi da singoli individui: è sistematico.

Nei primi anni 70 venne designata l’Argentina come nazione ospitante per il mondiale del 78, così come il Brasile degli anni 30 era il candidato favorito per ospitare il mondiale, poi cancellato, del 42. In tempi più recenti, la Russia ha ricevuto questo “onore” nel 2010 per l’edizione del 2018 e nello stesso periodo si è deciso che il Qatar avrebbe ospitato la versione del 2022.

Il filo conduttore tra queste nazioni è chiaro come il sole: tutti Stati totalitari, dove non c’è (o non c’era ai tempi della candidatura) pericolo che i sindacati facciano troppo rumore se per costruire le adeguate strutture ci si dimentica dei diritti umani e della sicurezza sul lavoro.

Gli stadi che in questo periodo stanno ospitando il mondiale sorgono sui cadaveri di lavoratori provenienti dai paesi più poveri dell’Asia, grazie ad una truffa che segue il modello usato anche a Dubai: Indiani, Pakistani, Nepalesi e molti altri vengono attratti da offerte di lavoro invitanti e una volta arrivati in Qatar, fanno la conoscenza del kafeel, a tutti gli effetti il loro nuovo padrone. Lo Stato non regolamenta in alcun modo il flusso di migranti e certo non concede loro la cittadinanza, né si interessa di fare in modo che il loro tenore di vita sia almeno accettabile per gli standard del terzo millennio.

Il kafeel prende “in custodia” i documenti dei suoi dipendenti, che ovviamente non li rivedranno mai più. Se a questo si aggiunge il fatto che questa figura non è vincolata in alcun modo dalla Costituzione a rispettare i diritti dei lavoratori e anzi ha pieni poteri sui loro obblighi contrattuali, il gioco è fatto.

Per il Qatar, un paese che ha tutti gli effetti fabbricato ad arte una sua “cultura” calcistica negli ultimi anni, questi mondiali sono stati un investimento nel lungo periodo.

Difatti, alla dinastia Al Thani interessa relativamente dei soldi che lo Stato avrà incassato alla fine del mondiale, quanto piuttosto la possibilità di “riciclare” le infrastrutture costruite per ospitare il mondiale, che dopo la finale verranno trasformati in teatri, alberghi e altre attività commerciali gestite dallo Stato.